Il ruolo chiave della consapevolezza nell’esperienza alimentare

“Mangiami, mangiami, non lo dico a nessuno. Guarda, facciamo che questa è davvero l’ultima volta e poi a partire da lunedì… se ci pensi bene, in fondo compensa il pranzo che hai saltato l’altro giorno. E poi, mi sembrava che ti fossi ripromesso di essere più indulgente con te stesso, più disposto ai compromessi. Non è forse l’occasione ideale per dimostrare che sei felice di essere quello che sei, che non ti importa di quello che pensano gli altri? E poi, dai, se lo fai, non dovrai più pensare a me, giusto? Certo, immagino che potresti buttarmi via e basta, ma sarebbe proprio uno spreco, no? Anzi, ti sentiresti ancora peggio, lo sai che è così. Non sarebbe affatto giusto nei confronti di tutti i bambini che muoiono di fame nel mondo, non credi? Mangiami, dai…”.

Questo dialogo non è stato intercettato nella mente di nessuno di voi, eppure sono abbastanza certa che non vi abbia lasciato totalmente indifferenti e qualcuno si sia persino riconosciuto nella parte. Certo, l’interpretazione, i toni e le espressioni variano da individuo a individuo, ognuno mette in scena il proprio unico ed irripetibile dialogo con il cibo, ma sostanzialmente potremmo individuare elementi comuni che rendono piuttosto simili tra loro queste tormentate conversazioni.

Perché è diventato così difficile vivere il rapporto con il cibo?

Possiamo teorizzare che entrino in gioco una serie di fattori complessi, dall’educazione impartita in famiglia, non sempre orientata all’ascolto e al rispetto dei propri bisogni effettivi, alla società consumistica che crea artificiosamente nuovi bisogni e spinge a confondere l’atto di appropriazione di un bene, spesso non necessario, con il benessere. Nella maggior parte dei casi le abitudini e i ritmi di vita frenetici che conduciamo nelle grandi città, concorrono a generare ed esasperare un vero e proprio distacco dalla natura.

Il senso di separazione illusorio che l’uomo sperimenta rispetto agli altri elementi dell’ecosistema è responsabile di molte politiche irresponsabili che non tengono minimamente conto dell’impatto delle azioni umane sull’ambiente e le conseguenze che le generazioni future dovranno fronteggiare. La consapevolezza alimentare si inserisce perfettamente in questo dibattito e risponde alla profonda sofferenza che tale distacco produce a livello individuale e sociale.

Consumiamo sempre più di frequente porzioni di cibo raffinato e precotto in sostituzione ai cibi freschi e di stagione raccomandati dai medici e nutrizionisti, al supermercato i prodotti surgelati e i pasti pronti rispondono alle esigenze di chi ha poco tempo a disposizione, offriamo ai nostri bambini snack e merendine; la conseguenza è che non sempre abbiamo una vaga idea di cosa stiamo mangiando né dei processi di lavorazione industriale a cui sono sottoposti gli alimenti che portiamo in tavola. Un’alimentazione sbilanciata ed inconsapevole porta spesso a notevoli sensi di colpa e a fare i conti con l’ago della bilancia; ricorrere ad una dieta, come dimostrano i numerosi dati a nostra disposizione, non sempre rappresenta la soluzione definitiva ad un problema molto più profondo, di matrice culturale e psicologica. Seguire tante diete che portano temporaneamente ad una perdita di peso che non viene mantenuta nel lungo termine, induce sfiducia e frustrazione.

 La consapevolezza alimentare a cui si fa riferimento è intesa non solo come conoscenza della composizione e della provenienza dei cibi, ma anche come sensibilità e attenzione alle conseguenze di un’educazione alimentare assente o inadeguata e dello sfruttamento improprio delle risorse ambientali, non solo per il singolo individuo, ma anche per gli altri esseri, per il pianeta e per le generazioni future.

Il paradosso della Mindful Eating è che adotta un approccio innovativo completamente diverso da quello proposto da medici e nutrizionisti, portati a prescrivere delle diete e fornire direttive molto chiare e precise, a cui il paziente deve obbedire. Il training di alimentazione consapevole prevede come materiale per le pratiche meditative proprio i cibi che maggiormente costituiscono l’innesco della sovralimentazione o dell’alimentazione inconsapevole: patatine, cioccolato, pizza e qualsiasi altro cibo scelto dai partecipanti come “trigger” o innesco. La persona viene invitata ad incontrare l’esperienza conflittuale e ad acquisire padronanza rispetto alle emozioni difficili associate ad un determinato cibo con il quale è abituata a sperimentare il senso di perdita del controllo. Possiamo annoverare questa tecnica tra quelle adottate tipicamente nella terapia cognitivo-comportamentale, ovvero l’esposizione graduale ad un oggetto fobico.

 La Mindful Eating invita il paziente a mangiare consapevolmente, anziché restringere e delimitare rigidamente la propria esperienza alimentare o addirittura vietare del tutto a priori alcune categorie di alimenti. Gli esercizi di consapevolezza alimentare hanno il merito di focalizzarsi sui segnali di fame e di sazietà, sul riconoscimento della giusta quantità di cibo per sé, sugli inneschi fisici, cognitivi, sociali e ambientali che danno il via alla sovralimentazione o ad un’alimentazione inadeguata. Si tratta di nutrirsi ponendo attenzione a tutti i sensi coinvolti nell’esperienza alimentare, compreso la componente cognitiva ed emotiva strettamente associata.

Studi scientifici hanno dimostrato che il 95% dei pazienti che hanno partecipato al training non ha più soddisfatto i criteri del Binge Eating a fine protocollo e ha mostrato un mantenimento a lungo termine del miglioramento di tutti i parametri clinici metabolici che, tipicamente, risultano alterati da un’alimentazione inadeguata.

Tali risultati impongono una riflessione su come la consapevolezza si presenti come una chiave di volta per la cura di sé, a dispetto dei divieti e delle prescrizioni imposte da un regime alimentare restrittivo. Questo approccio non demonizza le diete che, anzi, possono rendersi necessarie per alcuni pazienti e in talune circostanze, ma invita a coltivare un approccio mentale completamente diverso per fare in modo che i risultati perdurino nel tempo e sia possibile vivere l’esperienza alimentare in modo soddisfacente e autonomo, anche senza una tabella di riferimento. La connessione con il corpo e le sensazioni che da questo provengono ripristina il rapporto che sfortunatamente viene perduto dopo i 3 anni di vita del bambino, l’unico indice affidabile di fame e sazietà. La fiducia nei propri segnali interni rende molto più radicato e stabile il rapporto con il cibo, da non delegare più ad esterni o far contenere da regole imposte da altri.

La Mindful eating tiene conto dei diversi tipi di fame, non abbiamo solo quella dello stomaco, ma anche quella degli occhi, del naso, della mente, del cuore… A volte si mangia per soddisfare altri tipi di fame, soprattutto quando non si è in contatto con le proprie emozioni, o per colmare un vuoto.

La mindful eating si pone come un mezzo efficace per affrontare i circoli viziosi innescati dalla fame emotiva, offrendo la possibilità di riconoscere cosa sta avvenendo momento per momento. La consapevolezza apre alla spaziosità e alla libertà di scegliere di fare diversamente da quanto si sarebbe portati a fare con il pilota automatico.

Nello specifico, il protocollo MB-EAT ideato e validato da Jean Kristeller, è un percorso risultato particolarmente efficace per la presa in carico di tutti quei comportamenti alimentari disfunzionali, dalla fame nervosa fino alle abbuffate. 

Il protocollo MB-EAT insegna a stare, accettare e lasciare andare le emozioni negative, anziché rispondere con reazioni impulsive o tentare di evitare ciò che non piace attraverso l’assunzione inconsapevole di cibo, riconnette la persona alle sensazioni fisiologiche di fame e sazietà; la consapevolezza consente di discernere sensazioni e sentimenti, smanie di cibo e fame fisiologica, supportando scelte consapevoli relative al quando e il cosa mangiare. Tutto questo è possibile attraverso un training ricco di contenuti sia informativi e teorici che tecnici, quali pratiche di consapevolezza e training cognitivi e comportamentali.

  • Kristeller, J., Wolever, R. Q., Sheets, V. (2013) Mindfulness-Based Eating Awareness Training (MB-EAT) for Binge Eating: A Randomized Clinical Trial. Springer Science+Business Media, New York
  • Mantzios, M. & Wilson, J. C. (2015). Mindfulness, eatingbehaviours, and obesity: a review and reflection on currentfindings. CurrentObesity Report, 4: 141
  • Montesarchio, T. (2017). Una metodologia innovativa per regolare il rapporto con il cibo. Roma, EPC editore
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