Il più grande ostacolo alla felicità? Siamo noi

 

“Domani, continuerò ad essere. Ma dovrai essere molto attento per vedermi. Sarò un fiore o una foglia. Sarò in quelle forme e ti manderò un saluto. Se sarai abbastanza consapevole, mi riconoscerai, e potrai sorridermi. Ne sarò molto felice.”
Thich Nhat Hanh

 

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La felicità è l’emozione più ambita nella vita di una persona, ma talvolta può trasformarsi da stato emotivo piacevole ad obiettivo da raggiungere a tutti i costi, il cui costante anelito è una fonte di stress ben lontana dal proposito di base.

La felicità può essere considerata uno stato sfuggente, inafferrabile e frustrante. Per molti si tratta di un ideale non raggiungibile e pienamente conoscibile dalla nostra natura umana, caratterizzata dalla continua ricerca di soddisfazioni parziali, gratificazioni mutevoli e piaceri sensoriali, i cui oggetti di brama sempre diversi spesso non sono altro che distrazioni da bisogni ben più importanti e di difficile ascolto.

La sensazione di essere perennemente incompleti e di non trovare un appagamento permanente rende molto difficile credere nella coltivazione di una felicità più radicata e stabile; per altri ancora non è nulla più di una bella parola, uno stato d’animo effimero che come un misterioso viaggiatore presenta tanti volti e destinazioni ignote; vorremmo chiederle di sostare con noi almeno il tempo di apprezzarne le fattezze, fare quattro passi lungo lo stesso sentiero, ma non abbiamo neanche il tempo di accettare il dono della sua manifestazione che già la sua gradita ombra svanisce in un ricordo e affondiamo la mente nei pensieri relativi all’attimo appena trascorso o nella fantasticheria di ritrovarla al più presto. In quel preciso frangente perdiamo l’occasione di apprezzare i mille altri volti che sta assumendo in questo momento nuovo per noi, nel qui ed ora della nostra vita, manifestazioni diverse da quelle passate a cui ci aggrappiamo avidamente: il tramonto all’orizzonte, i gelsomini profumati, un frutto appena raccolto, ma anche il mare, un giardino in fiore, il sorriso di un bambino, la casa che ci ospita, l’abbraccio della persona amata, il lavoro per cui tanto abbiamo studiato.

Ma questo a noi non sembra sufficiente perché più che conoscerla per ciò che è, nelle manifestazioni infinite ed inaspettate a cui potremmo rispondere con curiosità e meraviglia, vorremmo esercitare un controllo sul suo apparire e scomparire, tenderle un agguato per acciuffarla ed imbrigliarla nelle nostre abitudini e schemi mentali, con l’esito di richieste di felicità impossibili da esaudire, domande mal formulate e brama di oggetti da consumare in sostituzione di desideri più profondi.

La difficoltà più evidente è una definizione in termini concreti e pratici del concetto di felicità, percepita come entità astratta e sfumata, in quanto tale facile preda di svalutazioni in una società materialista e consumista come la nostra. La mente tende alla semplificazione (tendenza che spesso porta in modo paradossale a complicarsi terribilmente la vita!) e tutto ciò che non è immediatamente tangibile viene trascurato a favore di ciò che  è più chiaramente visibile.

Una simpatica storia sufi narra di un Mulla che durante il suo cammino perse l’anello ed iniziò a cercarlo con tutte le sue forze sotto il lampione; vedendolo impegnato nell’operazione i passanti si unirono a lui attorno al lampione per cercare l’anello ma non videro nulla, nel tentativo di rendere più produttiva la ricerca gli fu  chiesto dove si trovasse esattamente nel momento dello smarrimento: con grande sopresa di tutti rispose che stava camminando lontano dal luogo delle ricerche, nel bosco. La parabola sufi illustra bene l’inclinazione naturale comune a noi tutti di cercare dove è più semplice, non dove sia più opportuno.

 

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In qualunque modo si intenda parlarne, la felicità è l’emozione che porta ad uno dei paradossi più incredibili: più la si desidera, più ci si comporta in modo da allontanarla con strategie e piani di azione infruttuosi. La volontà di andarle incontro e trattenerla è direttamente proporzionale agli sbagli, spesso enormi, che conducono esattamente all’effetto opposto. Potremmo essere più felici se non fossimo così impegnati ad esserlo?

Ciò che nasce dal proposito di unificare e armonizzare nel tempo può finire per separare ed allontanare: ciò che si osserva di strano è che nonostante gli scarsi risultati insistiamo nella ripetizione degli errori che ne sono la causa, nella convinzione che la via del controllo sia più produttiva di altre. In questo modo le azioni si svuotano di significato vitale e assumono un automatismo che porta a dimenticare l’intenzione alla base: la coltivazione della felicità e del benessere individuale e sociale. Possiamo spiegare meglio questo concetto apportando degli esempi.

Da alcune ricerche (Raghunathan et al.) è emerso come la felicità sia insieme alle relazioni interpersonali l’obiettivo più ambito dalle persone, più di altri per cui facciamo ben più fatica, come ricchezza, successo e soddisfazione lavorativa. Questa priorità dovrebbe portarci ad agire coerentemente con l’intenzione di felicità che tutti abbiamo a cuore, ma ciò che si osserva è che nei comportamenti e nelle azioni quotidiane non ci muoviamo nella stessa direzione: sacrifichiamo la felicità per guadagnare più soldi con ritmi di lavoro insostenibili, per avere ragione, per sentirci superiori, per la fama e il successo, per tenere in vita rapporti insoddisfacenti, dimenticando che tutto ciò dovrebbero essere un mezzo per arrivare alla felicità e non un obiettivo ultimo. Se perdiamo completamente di vista il senso e il valore più profondo di ciò che facciamo e viviamo, la felicità si allontana da noi e confondiamo i mezzi con lo scopo che vorremmo più intimamente perseguire.

Cosa potremmo fare concretamente per ricordare il proposito di benessere che muove le nostre azioni? Ci sono varie possibilità:

  • riconnettersi con il momento presente;
  • fermarsi il tempo necessario per sintonizzarsi con i bisogni più profondi, spesso inascoltati perché presi dalle pressioni esterne e dalla fretta;
  • chiedersi se ciò che si sta facendo abbia valore e significato o sia invece meccanico, inconsapevole e impulsivo;
  • porsi alcune domande: ciò che sto facendo rende la mia vita più soddisfacente in questo momento? Quali sono i costi e benefici della mia scelta? Sto confondendo un obiettivo medio per l’obiettivo ultimo? Comprare determinati oggetti o ribadire di avere ragione è così importante? E’ salutare a quella relazione portare rancore?
  • individuare il desiderio più profondo, accoglierlo dentro di sé e prendersene cura;
  • allineare il desiderio con le azioni.

La felicità sembra ancora troppo astratta? Forse perché è più semplice viverla che rincorrerla.

 

 

 

 

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