Le emozioni, queste sconosciute… sono guide affidabili o ingannevoli? Buddismo e psicologia a confronto

Recentemente le emozioni sono state le protagoniste dell’apprezzato Inside Out, che nel precedente articolo mi ha ispirato una serie di considerazioni sulla desiderabilità sociale della felicità, spesso associata più ad un bisogno occidentale di apparire che non ad uno stato emotivo colto nella sua essenza più profonda, inestricabilmente legato al poter sperimentare e accettare anche stati di tristezza meno piacevoli.

Le emozioni umane seguono spesso logiche incomprensibili o non completamente afferrabili, che la psicologia scientifica si propone di studiare ormai da più di un secolo, con teorie di riferimento e metodologie molto diversificate. Le prime teorie al riguardo possono essere riassunte nella contrapposizione tra origine meramente neurofisiologica delle emozioni (postulata da James e Cannon, seppur da prospettive non coincidenti) e modelli, come la teoria dei due fattori di Schachter, che contemplano componenti cognitive più complesse associate all’attivazione fisiologica. Le teorie dell’appraisal pongono l’accento sul ruolo delle valutazioni cognitive connesse all’evento emotigeno e su quanto desideri, convinzioni, credenze, scopi, aspettative e norme sociali in realtà influenzino sia la percezione degli stimoli che la risposta emotiva.

Alla luce dei numerosi studi, possiamo considerare indubbio che le emozioni ci guidino quotidianamente nelle scelte, da quelle più banali alle più impegnative: ci condizionano negli acquisti, nel voto politico, nel dare fiducia o al contrario tenerci alla larga da una persona sconosciuta, nelle amicizie, nelle relazioni sentimentali, nella carriera e chi più ne ha più ne metta. E’ cosa ovvia, purtroppo non abbastanza consapevole, che politici e pubblicitari con le loro campagne facciano spesso leva sulle emozioni per raggiungere i propri obiettivi; la manipolazione è lo strumento più diffuso, sottile ed invisibile dei nostri tempi e sostanzialmente si serve delle emozioni  per influenzare percezioni, pensieri, convinzioni e comportamenti.

Gli stati emotivi non sono sempre le migliori guide alla conoscenza della realtà e la ragione è anche evoluzionistica: spesso ci comportiamo in un certo modo per salvaguardarci da rischi reali o presunti e possiamo tendere a sovrastimare il pericolo di un certo fenomeno per preservare la nostra integrità psico-fisica, a discapito della sua conoscenza obiettiva. Se abbiamo sentito dire che un sentiero nel quale ci troviamo è particolarmente pericoloso per la presenza massiccia di serpenti velenosi, la paura distorcerà la percezione di stimoli uditivi  e visivi, al punto che potremo credere di vedere e sentire serpenti anche laddove non ci sono. Questo tipo di distorsione, nonostante ci allontani dalla corretta percezione, è funzionale alla nostra sopravvivenza. Diversi studi scientifici, tra cui l’esperimento condotto da Prinz e Seidel (2012), hanno dimostrato l’influenza dello stato d’animo sulla percezione di stimoli visivi. Le persone in questo studio specifico sono state divise in tre gruppi ed esposte a tre condizioni differenti prima di essere sottoposte alla visione di stimoli visivi ambigui; ai tre gruppi rispettivamente veniva fatta ascoltare musica allegra, musica paurosa o nessuna musica. Lo studio ha rilevato quanto in particolare l’emozione della paura indotta dalla musica sinistra condizioni e guidi la percezione, nel senso di attribuire maggiore minacciosità agli stimoli esterni. Questo risultato può aprire in modo più generalizzato a molti spazi di riflessione sul nostro modo di guardare al mondo e su quanto le nostre convinzioni, esperienze pregresse, traumi e stati d’animo possano portarci a giudicare molto velocemente la realtà in un senso non sempre corrispondente.

Il cervello umano non è una macchina infallibile fatta per vedere la realtà così come essa si presenta, può indurre in errore, illudere e portare a percezioni distorte.

Il Buddismo suggerisce una linea di condotta apprezzabile alla psicologia, ovvero di non aderire ed identificarsi a tutti i nostri sentimenti ed imparare ad assumere un maggior distacco e scetticismo.  Questo tipo di prescrizione è data a seguito di un’analisi accurata e brillante sull’origine della sofferenza umana contenuta nelle quattro nobili verità e sulla strada che può condurre alla liberazione (attraverso l’ottuplice sentiero). La sofferenza è una condizione inevitabile e comune a tutti gli uomini, che possiamo spiegare in modo molto banale semplicemente guardando a ciò che quotidianamente vogliamo, pensiamo e facciamo, spesso saltando da un volere all’altro incessante. La pratica meditativa è un mezzo fortemente consigliato per prendere visione e consapevolezza della mutevolezza dei propri pensieri, ma anche chi non ha mai meditato può fermarsi a osservare i propri processi di proliferazione mentale.

Dukkha (in lingua pali) sta ad indicare la sofferenza, uno stato cronico e pervasivo di insoddisfazione legato al desiderio e alla bramosia di protrarre il piacere, di avere di più, di possedere e raggiungere nuovi traguardi; se desideriamo fortemente acquistare un prodotto o ottenere un nuovo lavoro, ci concentreremo solo sulla soddisfazione e il piacere conseguente all’ottenimento del prodotto o del lavoro, ma difficilmente considereremo l’impermanenza del piacere. Ci attaccheremo ai desideri che di volta in volta insorgeranno (veloci e mutevoli), credendo alla loro essenzialità e mettendo volutamente in secondo piano l’evaporazione di quel piacere, che ridimensionerebbe istantaneamente l’identificazione con quel desiderio. E’ come se corressimo su un tapis roulant alla volta di una felicità che non potremo mai raggiungere, in quanto inchiodati ad un meccanismo che non porta da nessuna parte. Corriamo con pensieri, desideri ed intenzioni, ma ci ritroviamo sempre su quel tapis roulant che non prevede evoluzioni e cambiamenti autentici di scenario, a meno che non si sia disposti a fermarsi, scendere e comprendere il meccanismo più profondo della nostra felicità, sganciato da attaccamento a oggetti e stati impermanenti. Il piacere impermanente non è solo quello legato a oggetti materiali, ma anche al riconoscimento sociale, all’approvazione altrui, al successo, all’ottenimento di risultati brillanti, che in maniera analoga sono spiegati dall’ attaccamento ad uno status sociale o a un’idea di noi stessi, spesso fonte di insoddisfazioni, auto-rimproveri, critiche e disagio. L’invito implicito non è quello di rinunciare ai traguardi sociali e professionali o ad affermare se stessi, ma a non lasciarsi intrappolare da meccanismi disfunzionali e dolorosi che purtroppo sempre più spesso identificano il valore della persona con il voto scolastico, la posizione lavorativa o il guadagno.

La corsa perpetua verso nuovi oggetti e traguardi ha una spiegazione neurobiologica legata al circuito dopamineragico del piacere e della ricompensa, che ha un rapido picco per poi crollare e richiedere nuove fonti di piacere. Nel momento in cui si è capaci di anticipazione, il picco dopaminergico avviene nella fase dell’attesa del piacere ed è decisamente più attenuato nella soddisfazione stessa.

La focalizzazione sul piacere è un naturale motivatore con una forte connotazione evoluzionistica: se gli uomini si fossero fatti prendere dallo sconforto dell’impermanenza (tanto niente dura, che mi impegno a fare?) non avrebbero potuto essere sufficientemente motivati per progredire verso nuove acquisizioni e traguardi, da qui si comprende che il concetto di impermanenza non può essere usato per nascondersi da responsabilità, azioni e obiettivi e non può andare nella direzione opposta, altrettanto dolorosa, dell’annullamento di prospettive. Piuttosto il concetto è prezioso per ridimensionare e rivedere sia gli stessi obiettivi realmente importanti da perseguire che gli stati d’animo che vi si accompagnano, con cui spesso ci identifichiamo adesivamente. Se ci rendiamo conto di quanto le emozioni siano passeggere, mutevoli e condizionanti, possiamo anche progressivamente imparare a osservare i contenuti mentali associati e a non farci dominare da essi, bensì imparare a gestirli con maggiore equilibrio.

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